I disturbi della mente

SINOSSI

La psicopatologia come dimensione critica in pchichiatria

Rita Bruschi , Associazione Centro Studi e Ricerche sulla Psiche Silvano Arieti

Il patologizzare, ovvero la capacità di creare stati morbosi e sofferenze e di sperimentare la vita attraverso una prospettiva deformata e tormentata, è un aspetto intrinseco alla vita psichica individuale (e quindi anche relazionale e sociale), offre materia prima a tutti i processi psichici, e come tale rimane almeno parzialmente irredimibile.
Nella storia della psichiatria e della psicologia del profondo il bisogno di nuove visioni della patologizzazione psichica e di nuovi sfondi su cui situare i suoi inquietanti fenomeni si ripropone costantemente, dando luogo a diversi modelli interpretativi e di intervento terapeutico, in quanto la descrizione psicopatologica dipende inevitabilmente in una certa proporzione dall’idea di sanità prevalente in un dato contesto storico e sociale.
I sintomi, comunque siano letti, sono dimostrazioni del modo di essere e di esprimersi psichico, in cui spicca il problema nodale della centralità degli affetti, che esprimono l’urto degli eventi sulla soggettività.
Il riconoscimento dell’importanza della vita psichica affettiva indirizza la costruzione di una specifica ermeneutica che conduce gli eventi al loro significato per noi. Solo quando si disgregano le cose si aprono su nuovi significati: la malattia apre porte su una realtà che rimane chiusa a chi è sano.
La tensione conoscitiva verso la mente legata alle concezioni terapeutiche, e specie psicoanalitiche, dell’ultimo secolo lega imprescindibilmente la propria efficacia al lavoro sulla distanza intersoggettiva e a una continua elaborazione teorica degli elementi forniti dall’esperienza.


Libertà e psicopatologia. Il contributo delle neuroscienze

Mario Guazzelli, Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

I progressi delle conoscenze della biologia e della medicina non hanno inciso solo su temi propri della psicopatologia ma anche su alcuni temi classici della filosofia, come ad esempio la coscienza, le emozioni e la libertà.
Nella mia relazione partirò da un’analisi fenomenologica della libertà, dall’esperienza cioè che tutti noi facciamo quotidianamente. Analizzerò una particolare azione libera, la mia decisione di accettare l’invito a presentare una relazione all’Area Aperta del CNR. La mia autodeterminazione presenta diversi momenti caratterizzanti tra i quali la ragione per la quale ho deciso di accettare, la progettazione della mia partecipazione, la preparazione della relazione, il mio spostamento dall’Ospedale Santa Chiara fino all’esecuzione della prestazione sul palco. Tutti atti che ho vissuto come esercizio della mia libertà, ma che avrebbero potuto essere impediti da vari ostacoli. Tra questi certamente una serie di condizioni psicopatologiche che fanno parte del campo delle mie competenze. La mia tesi sarà che per l’esercizio della libertà in senso etico è necessario un atto cosciente, le cui precondizioni sono le istanze subpersonali e ancora più a monte i riflessi cerebrali automatici. Preliminarmente solleverò alcune osservazioni critiche all’esperimento di Libet, che secondo alcune riflessioni filosofiche compromette l’esercizio della libertà, rimandando a un deterministico intervento del cervello. L’integrazione del livello descrittivo psicopatologico con la documentazione dei correlati psicobiologici delle funzioni mentali complesse, messi in luce dalle tecniche di esplorazione funzionale del cervello in vivo, lascia vedere che il funzionamento adeguato dell’organismo e in particolare del sistema nervoso è presupposto imprescindibile all’esercizio soggettivo della libertà. Ogni impedimento psicopatologico, cui corrispondono alterazioni neurobiologiche più o meno specifiche, mina infatti la possibilità di un’azione libera, a volte fino al punto da compromettere anche la consapevolezza di non poterla esercitare.

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